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09/11/2017
Pubblicazioni economiche

Cina-Africa: Il matrimonio di ragione durerà’?

Cina-Africa: Il matrimonio di ragione durerà’?

Wolf Warrior 2, uscito a luglio 2017 è diventato il primo film non hollywoodiano tra i top 100 di tutti i tempi al box-office mondiale. Il film presenta la Cina come la protettrice dell’Africa. Dopo soli quattro giorni dall’uscita del film, la Cina ha inaugurato la sua prima base militare all’estero sulla costa di Gibuti, concretizzando il messaggio del film. La Cina ha manifestato un interesse marcato per il Gibuti, piccolo paese del Corno d’Africa che rappresenta un punto di entrata nel continente, in particolare dopo l’organizzazione del primo Forum di Cooperazione Cina-Africa (FOCAC).

 

Come indica il nome, il FOCAC rappresenta e persegue gli interessi di Pechino per l’intero continente. Dopo il primo Forum del 2000, lo sviluppo della cooperazione economica tra la Cina e il continente africano ha reso la Cina un partner economico chiave per numerosi paesi africani. Tuttavia, il commercio resta, senza dubbio, il pilastro della relazione tra Cina e Africa. Le relazioni bilaterali più strette tra la Cina e la maggior parte dei suoi partner africani ruotano attorno all’aumento crescente della domanda di materie prime dalla Cina, in particolare di risorse minerarie come petrolio, metalli e pietre preziose, oggetto di un’attenzione sempre maggiore. Quasi vent’anni dopo il lancio del FOCAC, è necessario riesaminare le relazioni afro-cinesi. Il riequilibrio economico della Cina a vantaggio dei consumi privati è cominciato e il rallentamento dell’attività economica si è fatto già sentire, malgrado alcuni segnali di vigore nel 2017. Ciò si traduce con un indebolimento della domanda cinese di risorse minerarie e un calo dei prezzi delle materie prime a cominciare dal greggio; questi due fenomeni rappresentano tendenze persistenti che rimodelleranno le relazioni bilaterali afro-cinesi. La diminuzione degli scambi commerciali tra il continente africano e la Cina, così come la riduzione dei flussi di investimenti diretti esteri (IDE) nel corso degli ultimi due anni, rafforzano questa idea.

Il calo della domanda non influirà su tutti i paesi della zona alla stessa maniera. I paesi che hanno beneficiato di più dell’espansione della Cina dovrebbero subirne maggiormente gli effetti. Per questo studio, Coface ha utilizzato un coefficiente di dipendenza dalle esportazioni per identificare le principali fonti di rischio. Questo indice è misurato su una scala da 0, che non indica alcuna dipendenza nei confronti della Cina, a 1, che segnala invece una dipendenza totale. I risultati dello studio suggeriscono che la dipendenza è aumentata significativamente tra il 2006 e il 2016. Per inserirla all’interno di un contesto, la dipendenza dalle esportazioni delle materie prime dell’Africa sub-sahariana verso la Cina era dello 0,24 nel 2016, rispetto allo 0,07 per l’Unione Europea e 0,12 per gli Stati Uniti. L’Africa sub-sahariana registra anche un coefficiente di dipendenza nettamente più elevato rispetto a quelli dei mercati emergenti in Asia e Sudamerica. Come previsto, si osserva che le esportazioni di petrolio (Angola) e di metalli (Zambia, Sudafrica) sono fortemente esposte alle potenziali variazioni della domanda cinese. Questi paesi hanno anche beneficiato di più dell’apporto di capitali cinesi e di prestiti.

Malgrado l’aumento della dipendenza dalle esportazioni verso la Cina, le recenti evoluzioni offrono un barlume di speranza. I prodotti agricoli (arance sudafricane, sesamo etiopico, arachidi senegalesi, tabacco del Mozambico) e il legname grezzo (Mozambico, Nigeria, Guinea Equatoriale, Camerun e Ghana), che potrebbero potenzialmente beneficiare del riequilibrio del modello di crescita cinese, cominciano inserirsi nel paniere di esportazioni dell’Africa verso la Cina. Gli IDE cinesi e i prestiti hanno cominciato a diversificarsi allontanandosi dai settori dell’estrazione e concentrandosi sulla produzione, le utility e i servizi. Tuttavia, come in tutte le buone relazioni, anche una sana dose di scetticismo è giustificata. I flussi di prestiti e IDE non sono paragonabili ai flussi commerciali in termini di di valore, appartengono, infatti, a un ordine di grandezza inferiore. Ciò significa che i paesi africani che registrano forti tassi di dipendenza nei confronti della Cina rimangono fortemente esposti a una correzione più decisa della domanda cinese o a un ritorno a prezzi più bassi di materie prime. I discorsi sulla delocalizzazione della “fabbrica mondiale” verso l’Africa appaiono prematuri, tenuto conto dei volumi bassi di esportazioni di beni manifatturieri verso la Cina.

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