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22/12/2015
Rischio Paese e Studi economici

Il modello qualitativo di produzione del vino sopravvive in Europa, ma in Spagna si è deteriorato

  • Diminuiscono i consumi di vino in Europa ma crescono nel resto mondo
  • L’Europa concentra il 60% della produzione e quasi un terzo delle esportazioni di vino nel mondo
  • In Europa coesistono tre modelli di produzione complementari
  • Rischi e opportunità per l’Europa – crescono i consumi di vino in Cina ma aumenta la competitività nel nuovo mondo

La produzione di vino in Europa: un mix qualitativo e quantitativo

La produzione mondiale di vino è dominata da Italia, Francia e Spagna (48% del totale). Ciascuno di essi ha un proprio modello di produzione. Questi tre modelli coesistenti sono basati su posizionamenti di prodotto complementari, identificabili chiaramente attraverso la struttura delle loro esportazioni.

Il posizionamento del mercato francese è basato sulla creazione di valore. Il suo quality ratio (il rapporto tra esportazioni in valore e in volume) è rispettivamente due e cinque volte più elevato di quello di Italia e Spagna. L’Italia si trova in una posizione intermedia che si avvicina a un modello qualitativo, con una crescita del quality ratio simile a quella della Francia (240%, contro 250% per la Francia tra il 2001 e il 2014). Per questi tre paesi la superfice del raccolto è diminuita (-12% in Francia, -20% in Italia e -18% in Spagna), in linea con la tendenza al ribasso della produzione legata alle ristrutturazioni. Tuttavia, la superficie di raccolta della Spagna rimane, in media, più elevata del 35% rispetto ai suoi vicini.

Anche se la Spagna è diventata nel 2014, in termini di volume, il maggior esportatore di vino al mondo, rimane il più vulnerabile dei tre modelli, di fronte alla concorrenza del nuovo mondo, a causa del posizionamento di gamma medio-bassa della sua linea di prodotti.

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La classifica è ribaltata: Cina e Stati Uniti primi consumatori mondiali nel 2027

La posizione della Francia come primo consumatore di vino al mondo (con 43,8 litri di vino l’anno, per persona nel 2013), inizia a cedere un passo. In Europa, i consumi sono in caduta (17.000 ettolitri tra il 2003 e il 2013). Coface prevede che entro il 2027, la domanda maggiore verrà dall’Asia. In Cina, la popolarità del vino aumenterà, grazie al rafforzamento della classe media che potrebbe triplicare entro il 2022. Si prevede quindi che le importazioni di vino cresceranno velocemente per rispondere alla domanda. Solo negli ultimi sei mesi passati, le importazioni di vino ammontavano a 1,8 miliardi di dollari e 238.000 tonnellate di vino in più, lasciando uno spazio importante per l’acquisizione di quote di mercato.

 

Indebolimento degli esportatori europei nel lungo periodo

Attualmente, i tre maggiori produttori europei contano per i due terzi delle esportazioni di vino, in termini di valore e volume – ma l’Europa, di fronte alla concorrenza crescente del nuovo mondo, sarà in grado di mantenere la sua posizione di leader nel commercio di vino?

Mentre gli esportatori tradizionali resistono, in Europa la produzione è in declino, ad eccezione della Spagna. Gli accordi di libero scambio tra Cina, Australia, Cile e Nuova Zelanda favoriscono i loro esportatori di vino, esenti da tasse. Ciò significa che gli esportatori tradizionali devono affrontare una maggiore concorrenza sui segmenti di gamma medio-bassa. Inoltre, il deprezzamento del tasso di cambio in Cile e in Sudafrica rafforza la competitività prezzo, rendendoli territori attrattivi. Il mercato africano ha ancora un livello basso di consumi di vino ma possiede un forte potenziale di crescita, l’Asia invece ha un potenziale molto più elevato.

«In Europa le imprese vitivinicole sono numerose. Nonostante le loro piccole dimensioni, hanno una struttura robusta e di qualità, confermata dal fatto che in Francia i fallimenti d’impresa sono meno frequenti” ha commentato Guillaume Rippe-Lascout, economista Coface. “Così, i produttori europei, a parte la Spagna, non risentono della competizione del nuovo mondo sui prodotti di livello medio-basso. Se il posizionamento qualitativo dell’Europa non è ancora stato messo in discussione, è però arrivato il momento di identificare le aree di crescita per l’esportazione e ottimizzare la gestione del rischio».

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