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06/06/2017
Rischio Paese e Studi economici

Brexit: malgrado numerosi shock, il Regno Unito rimarrà una destinazione attrattiva per le imprese

Brexit: malgrado numerosi shock, il Regno Unito rimarrà una destinazione attrattiva per le imprese
  • Dal referendum in poi, le imprese hanno resistito bene ma si avverte già la debolezza degli investimenti
  • La diminuzione della crescita (1,4% nel 2017 e 1,2% nel 2018) porterà a un aumento del numero delle insolvenze d’impresa rispettivamente del +8,7%e del +8%1
  • L’impatto del calo dei flussi migratori con l’UE sulla crescita del Regno Unito è valutata a -0,3% punti percentuali, nel caso di un effetto soft della Brexit, e a -0,6% nel caso di una Brexit più pesante 
  • Le imprese dovrebbero risentire di una mancanza di attrattività ma il paese possiede ancora notevoli vantaggi agli occhi degli investitori

Malgrado la resilienza dell’economia britannica, l’attendismo si abbatte sulle imprese e si amplificherà durante la fase di negoziazione

Un anno dopo il voto per la Brexit, le imprese britanniche danno prova di resilienza, sostenute dai consumi delle famiglie (+2,6% nel 2016), dalle condizioni favorevoli di accesso al credito e da una domanda mondiale dinamica. I ricavi delle imprese hanno raggiunto più di 105 miliardi di sterline nell’ultimo trimestre 2016, il livello più alto mai registrato, e la fiducia ha subito un forte incremento, in particolare tra le PMI, dopo il crollo osservato l’indomani del referendum. Il forte deprezzamento della sterlina, il segnale più visibile di una Brexit imminente, spiega il dinamismo delle esportazioni, anche se i vantaggi di competitività-prezzo restano limitati. Nonostante le condizioni economiche favorevoli e i profitti elevati delle imprese, le incertezze sull’esito delle negoziazioni tra Regno Unito e Unione Europea comportano fin da ora un rinvio degli investimenti (il cui livello ha raggiunto l’8,8% del PIL nel 2016, il più basso dalla crisi) che dovrebbe amplificarsi entro aprile 2019. I settori che necessitano degli investimenti più onerosi, come la metallurgia, l’auto o le costruzioni, dovrebbero essere particolarmente penalizzati. Durante questa fase di negoziazioni, l’attuale resilienza delle imprese sarà quindi messa in discussione. Dal 2017 il rallentamento dei consumi privati dovuto all’incremento delle pressioni inflazioniste, penalizzerà il settore della distribuzione (declassato da Coface da rischio medio a elevato a marzo 2017) e, in misura minore, il settore auto, sostenuto dalla domanda estera. I ricavi delle imprese dovrebbero ridursi a poco a poco, tenuto conto dell’aumento dei costi generato dal deprezzamento del tasso di cambio. In questo contesto, secondo le stime Coface, le insolvenze d’impresa britanniche dovrebbero aumentare del +8,7%1 nel 2017, dopo un +8%1 nel 2018, principalmente a causa della diminuzione della crescita che raggiungerà l’1,4% nel 2017 e l’1,2% nel 2018.

Di fronte a un calo di attrattività e a politiche commerciali e migratorie più restrittive, le imprese britanniche dovranno adattarsi alle nuove regole del gioco

Al momento dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea nella primavera 2019, lo shock protezionistico avrà un impatto considerevole sulla politica commerciale, soprattutto se si verificherà una “hard Brexit” (ritorno alle normative dell’OMC), in ragione dell’aumento delle barriere tariffarie e non. La riduzione del PIL entro il 2030 aumenterà quindi del 7,5% circa contro il 5% nel caso di una Brexit soft, secondo l’OCSE.

Questo shock commerciale potrebbe unirsi a una carenza di manodopera in alcuni settori, in seguito all’attuazione di una politica migratoria restrittiva. Nel caso di una soft Brexit, secondo Coface si verificherebbe una riduzione pari a 1/3 del flusso delle entrate europee comportando un calo della crescita potenziale di 0,3 punti percentuali del PIL nel 2019 e della stessa ampiezza dello shock protezionista nel medesimo scenario; aumenterebbe a 0,6 punti percentuali in uno scenario estremo, con un forte calo dell’immigrazione netta di 2/3. I settori che impiegano un numero significativo di immigrati qualificati provenienti dall’Unione Europea, come l’industria manifatturiera, il commercio all’ingrosso e al dettaglio, i trasporti e la comunicazione, i servizi finanziari, saranno i più colpiti.

Ciò che è certo, sia che la Brexit avrà un forte impatto o meno, è che l’attrattività del paese per gli investitori ne risentirà, con una diminuzione degli investimenti diretti esteri (IDE) dell’ordine del 22%2. A oggi, il Regno Unito è la prima destinazione europea di IDE, principalmente orientati al settore finanziario, all’informazione e alla comunicazione, e successivamente ai trasporti e alla logistica. La Brexit comporterà un impatto negativo sugli investimenti delle imprese e l’accumulo di riserve di capitale e, di conseguenza, un minor dinamismo di innovazione e R&S.

Le imprese britanniche, che hanno tempo due anni per prepararsi all’uscita dall’Unione Europa, dovranno adattare le proprie strategie. Alcune imprese fragili o di piccole dimensioni rischiano così di sparire o di cambiare business model, al fine di accrescere la loro resilienza. Altre dovranno attuare degli aggiustamenti nelle strategie settoriali e geografiche, rilocalizzandosi verso Germania, Francia, Irlanda o ancora Olanda. La Brexit comunque non rimetterà e totalmente in discussione l’attrattività strutturale del Regno Unito, che preserverà la maggior parte dei suoi punti forti: trasparenza, buona governance, ecosistema degli affari, mercato del lavoro flessibile e diversificato, o ancora fiscalità attrattiva, che dovrebbe aumentare ancora di più (calo delle aliquote dal 20% a inizio 2017 al 17% nel 2020).

 

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1 Queste stime sono state realizzate correggendo la serie dell’aumento eccezionale di insolvenze nell’ultimo trimestre 2016 in ragione di un cambiamento di normativa (1796 casi). Senza questa revisione, le insolvenze dovrebbero diminuire del 2,7% nel 2017 e aumentare dell’8,8% nel 2018.

2 Secondo lo studio di Bruno, R., N. Campos, S. Estrin e M. Tian “Graviting towards Europe: An Econometric Analysis of the FDi Effects of Eu Membership”, 2016

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